Parco delle Sculture, è rimasto solo uno scarpone

Vicenda pietosa quella della statua dell’artista Moira Ricci, divelta e trafugata qualche giorno fa dalla pista ciclabile, lungo la quale era stata collocata. Un manifesto della decadenza senza fine della nostra città, ormai tramortita da eventi che lasciano esterrefatti.

Nome profetico, senza ombra di dubbio, quello di questa opera. La statua infatti, intitolata “Tornerai alla terra”, era stata posizionata nel dicembre 2015 lungo la ex bretella ferroviaria, nell’ambito del progetto Rebuilding the future, iniziativa sponsorizzata dall’amministrazione comunale qualche anno fa che ha utilizzato i fondi messi a disposizione della C.E. Tale iniziativa aveva, peraltro, coinvolto numerosi artisti che avevano collocato le proprie opere d’arte lungo il percorso della pista ciclabile cittadina.

Per chi avesse dimestichezza con un inglese basic, la frase rebuilding the future dovrebbe evocare, per una città come Siracusa, l’idea di una rivoluzione culturale attraverso la quale pervenire alla ricostruzione di un tessuto civile e morale avente come centro dell’attenzione lo sviluppo sociale e culturale dell’intera cittadinanza.

Di rebuilding the future, però, non c’è minima traccia. Tutt’altro. Al contrario, si potrebbe parlare di back to the past, semmai ci si fosse affrancati da un passato clientelare, che ha prodotto sacchi edilizi di proporzioni gigantesche, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti e che ha creato una sconcertante disarmonia architettonica ed urbanistica, riferibile non soltanto alla città di Siracusa, ma alla Sicilia tutta.

Il buon senso dovrebbe suggerire di sostituire il termine “pista ciclabile” con una formula più corretta, quella di trazzera polverosa e abbandonata: perché tale oggi è, quella che per anni è stata decantata come una rivoluzione culturale che avrebbe dovuto migliorare la mobilità e, di conseguenza, far salire Siracusa nelle classifiche nazionali per la qualità di vita. Niente di più falso. Si utilizza questo termine per il solo gusto di sentirsi allineati ad un mondo e ad una società che va molto più spedita di quanto non si riesca a percepire stando qui.

È risaputo in quale stato di abbandono e di incuria versa la “famosa” pista ciclabile: non si capisce quale sia il significato che ha voluto attribuire l’amministrazione facendo posizionare queste opere d’arte in un luogo così abbandonato, così poco salvaguardato e rispettato proprio dalla stessa amministrazione. Purtroppo. Quella che poteva e doveva essere una splendida occasione per riqualificare e valorizzare un angolo meraviglioso di costa esplicita, in fondo, il simbolo di un fallimento. Con molta probabilità, la stessa sensazione avranno avuto gli autori delle opere, i quali si saranno chiesti se i frutti della loro creatività fossero stati collocati in una location adeguata e idonea allo scopo di incuriosire e interessare il distratto cittadino.

Le opere avrebbero avuto certamente più fortuna, visibilità ed una maggiore valorizzazione se fossero state posizionate lungo la splendida passeggiata della Marina, dove avrebbero dato un tocco di maggiore prestigio alla città, soprattutto agli occhi dei turisti provenienti da tutto il mondo che, regolarmente, affollano le banchine del Porto Grande, e che lì ormeggiano i loro yacht e le loro barche sfavillanti.

Portare cultura e arte in un luogo in cui degrado e incuria regnano sovrani è un’idea ottima per cercare di migliorare un angolo del territorio cittadino. Il vandalismo sulla statua è atto vile e barbaro, che sciaguratamente si è consumato in un luogo trascurato, dove non c’è traccia di quel rebuilding the future che avrebbero voluto trasmettere, veicolando un messaggio di modernizzazione e sviluppo. Otre alle statue o opere d’arte la “trazzera pseudo-ciclabile” avrebbe bisogno delle più elementari e quotidiane attività di cura, manutenzione, rispetto.

Nasce il sospetto che lo stesso dilettantismo con il quale si desiderava spingere il rebuilding the future trovi larga applicazione anche nella gestione degli spazi culturali della città che, pur dotata, naturalmente, di monumenti e aree archeologiche di ineguagliabile bellezza, non riesce a offrire un contenitore culturale alternativo o integrato con il ciclo delle Rappresentazioni classiche che in questi giorni si stanno svolgendo.

È un esempio eclatante la confusionaria gestione del Teatro comunale, la cui parziale riapertura – dopo più di 60 anni – avrebbe meritato senz’altro più enfasi e maggior risalto, con un carnet di appuntamenti degni dell’illustre storia del sito, e non quel “minestrone” di eventi che sono stati rifilati alla cittadinanza, senza il minimo rigore artistico e in spregio a quell’istituzione così a lungo sottratta a Siracusa.

Potremmo proseguire ad libitum, ma la città ha già capito tutto in questi anni. Del soldato, dell’opera “Tornerai alla terra” è rimasta soltanto una scarpa. Il resto non esiste più. E, così proseguendo, di Siracusa non rimarrà proprio nulla. O, forse, soltanto la scarpa.

MeetUp Siracusa

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