Generazione usa e getta, lettera di un cittadino

Abbiamo ricevuto questa lettera nei giorni scorsi. La pubblichiamo integrale, perchè il messaggio che manda è l’impietosa fotografia del degrado che ha raggiunto la nostra società, il nostro Paese e l’intero mondo occidentale. Che non vede più le persone come membri di una comunità, ma solo e soltanto come consumatori da spremere. 

Mi chiamo Luca, ho 28 anni e non faccio niente: non studio e non lavoro, ma la cosa peggiore è che ho quasi del tutto perso le speranze di trovarlo un lavoro decente, che possa effettivamente farmi sentire vivo e un cittadino normale, mentre ora sono solo un “peso” per la famiglia e uno scomodo intruso nella società. Forse un lavoro non lo voglio nemmeno più trovare: ne ho trovati troppi e troppi ne ho persi. Mi sono stancato! Qualcosa dentro di me si rifiuta di andare avanti. La chiamano depressione ma è piuttosto voglia di fuggire lontano da tutti e da tutto.

Stavo per scrivere la solita lettera piena di rabbia e delusione ma vorrei essere più costruttivo rispetto i tanti altri colleghi che hanno provato a parlare di questa forma di disagio. La mia storia è inutile che ve la racconti, già potete intuirla: è simile a quella di tanti altri precari che sono passati da un lavoretto all’altro senza mai trovare nulla di sicuro, nulla che potesse farli sentire parte attiva e viva di questa società, nonostante le tante illusioni e promesse mai mantenute. Ed è così che anno dopo anno si arriva al punto in cui si capisce che dietro a tutta questa ricerca e speranza di un posto non c’è altro che… il nulla!

Tutto il proprio percorso è basato su un foglio di carta, chiamato curriculum, che rappresenta una sorta di passaporto tra un’azienda e l’altra ma che in realtà e l’essenza della nullità della nostra generazione: abbiamo continuamente bisogno di presentarci, parlare di noi, di far sapere al prossimo chi siamo e se siamo in grado di non deludere le sue aspettative, in poche parole ci sottoponiamo al giudizio altrui con una complicità sconcertante. Il nostro “carnefice” è il selezionatore il quale improvvisamente diventa giudice di una condanna inappellabile da cui dipendono mesi di apparente serenità (in realtà sacrifici e sfruttamento) oppure mesi di disperazione e depressione.

Abbiamo sempre più bisogno di un lavoro e sempre meno possibilità di trovarlo (si va in pensione più tardi e ogni anno dalle scuole escono decine di migliaia di diplomati e laureati senza che vi sia crescita economica).

Perché non si è stati in grado di superare il colloquio? Perché hanno preso un altro? Cosa ho sbagliato? E se sono io ad essere sbagliato? Sono queste le domande che si rincorrono nella testa di chi il lavoro non riesce a trovarlo, e vi garantisco che pesa molto sulla propria psiche dubitare continuamente di se stessi. Ma è un dubbio instillato dall’altro, da uno sconosciuto che occupa una posizione di vantaggio e di forza. Non conosco la vita privata dei selezionatori e delle selezionatrici, quindi potrebbero avere gravi necessità familiari di sopravvivenza economica, come potrei chiedere di rifiutarsi di usare quei modi richiesti dalle aziende? Quale azienda, dopo l’inevitabile licenziamento, sarebbe disposta ad assumerli nuovamente? Sembrano modi educati per essere solo autorevoli come richiesto, ma in verità, proprio per quella gentilezza studiata e finta, gettata in faccia a chi ha un disperato bisogno di lavoro, risultano solo autoritari.

“Le cose vanno così bene… Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto” dice, rivolgendosi al marito, Valeria Bruni Tedeschi nel film “Il capitale umano”. Fabrizio Gifuni, interpretando un rampante uomo d’affari risponde: “Abbiamo vinto!”. Eh sì perché mentre chi dava l’allarme che le cose si stavano mettendo male per una minoranza, la maggioranza si voltava dall’altra parte e ignorava il problema, senza pensare che un giorno anche essa avrebbe dovuto conoscerlo il problema. Anni di politiche lavorative e industriali fallimentari hanno devastato il paese ma le prove non bastano per dimostrarlo: solo chi detiene il potere ha la possibilità di cambiare direzione, chi non ce l’ha rimane in attesa. Dovrebbe essere vietato maltrattare psicologicamente le persone in questo modo e invece siamo noi stessi a cercare e a volerci sottoporre all’ingiurioso “processo” dei selezionatori pur di sperare di ottenere ciò a cui aspiriamo tanto: un semplice posto di lavoro! Sappiamo che è sbagliato, la prova ne è l’ansia che proviamo di fronte al selezionatore. Quella scomoda posizione di “candidato” ci riguarda da vicino, a livello personale, e l’ansia che proviamo, se ripetuta nel tempo, diventa uno stress esagerato che porta poi a depressioni e nevrosi. Se posso dare un consiglio ai tanti giovani che per la prima volta si mettono a cercare lavoro è quello di valutare attentamente, a loro volta, il selezionatore: se non vi piace alzatevi e andatevene! Non state al suo gioco: egli non può avere tutto questo potere su di voi. C’è altro la fuori e modi assai migliori di spendere il proprio tempo. Il sistema è chiaramente disumano e disumanizzante poiché fondato su un concetto alienante: la selezione. Questo concetto è completamente in antitesi all’armonioso e naturale sviluppo psicofisico di una persona, in un contesto evoluto, inserito in una società democratica.

Il modus-operandi che continuano a propinarci è infatti anche contrario ai principi espressi nella nostra Costituzione (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori… ). Penso piuttosto che questo sistema assomigli a quei pochi e spregevoli concetti su cui si basa l’ideologia nazista: l’uomo forte che prevale sul più debole. Solo la perfezione può essere accettata e solo colui che si annulla in nome dell’ideologia (in questo caso missione aziendale) è degno della considerazione del sistema. Si perde la propria accezione di persona per diventare una macchina, un servo, che desidera servire e desidera un padrone senza il quale è perso poiché non più in grado di tornare persona, le cui qualità non verrebbero comunque apprezzate ne considerate all’interno di una società alienata che si è svenduta di dignità e di autentiche relazioni umane.

Allora io mi chiedo, da disoccupato, ma ancor prima da cittadino, se è giusto continuare ad alimentarlo questo sistema malato. Non si rende conto nessuno di quanti danni stia facendo? Il consumo di psicofarmaci tra i giovani ha raggiunto livelli mai prima sondati… giovani e non più giovani “mangiati vivi” da aziende (esistono le dovute eccezioni) che in loro non ripongono più alcuna fiducia ma che da loro ESIGONO tutto e anche quando hanno tutto non si fermano: la minaccia di lasciare a casa incombe come una scure su quei poveri disgraziati.

Eccola la “generazione usa e getta”: siamo pronti a tutto pur di evitare la disoccupazione ma forse quella in fondo è il male minore. Trovare il tempo per ascoltarsi, capirsi e rialzarsi sono un privilegio che solo i cittadini di paesi in cui esiste il reddito di cittadinanza possono permettersi. Per tutti gli altri se sei fuori non vale la pena puntare su di te ma è giusto guardarti con sospetto: “Cosa ha fatto per meritarsi di essere disoccupato?”. Non voglio soldi, non voglio posizioni di prestigio, cerco solo di sentirmi vivo, chiedo che mi si rispetti, chiedo semplicemente di lavorare… chiedo troppo?

L.B.

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